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L'urgenza della solidarietà umana PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesca Fabeni   
Sunday 24 January 2010

editoriale de La Comune n. 140 

Hoteline, Marie-France, Pierre, Toussaint e con loro altre donne, bimbe, bimbi, uomini di Haiti sopravvissuti alla tragedia hanno cose importanti da dirci, da tramandarci: mettiamoci in ascolto. Perché ci parlano (anche) di noi. Di bimbi, bimbe, perfino neonati, talmente decisi a vivere da riuscire a resistere da soli anche dieci giorni sotto le macerie. E di come la fasulla legge patriarcale del più forte viene sovvertita dalla tenacia delle donne, giovanissime o anzianissime, che continuano ad emergere vive, perfino cantando. E di eroi anonimi che scavano infaticabili per giorni a mani nude per tirare fuori propri simili, conosciuti o sconosciuti. E di come le più sagge ed autorevoli riorganizzano la vita tra ricoveri improvvisati, di volontari e di attivisti che aiutano con ogni mezzo, della giusta ribellione contro chi spara su chi cerca solo di sopravvivere, e di chi si frappone alle prepotenze di pochi quando a prevalere è la compostezza dei più, anche in estenuanti code per ricevere tardivi aiuti dopo giorni e giorni senza acqua, medicine, cibo, riparo né conforto, circondati da stranieri armati ignoranti di tutto.
In queste ore, ad Haiti si concentra un emblema della condizione umana contemporanea: l’estremo bisogno di solidarietà, l’estrema difficoltà della solidarietà. Una tensione solidale urge nella società mondiale ma incontra enormi complicazioni a svolgersi, per ragioni proprie ma anche a causa della decadenza del sistema, tanto più profonda nei meccanismi “umanitari”.

 

Nell’emergenza come nella quotidianità, i poteri oppressivi prevedono normalmente il sacrificio di vite umane poiché si fondano sull’uccidibilità. La “solidarietà” in mano al sistema è una iattura, i loro “interventi umanitari” sono soltanto l’oscena copertura per continuare ad imporsi con violenza sui popoli, per spartirsi il bottino della ricostruzione e posizioni strategiche. Ma è in crisi anche il mastodontico mondo della solidarietà, dell’associazionismo volontario, che ha pensato finora di poter utilizzare margini interni al sistema, del tutto tramontati. Anche in queste ore è apparso evidente che cosa significa lasciare a istituzioni politiche fatiscenti come gli Stati o l’ONU – primi responsabili (storici e attuali) dell’amplificarsi degli effetti delle sciagure – di decidere chi vive e chi muore. Non lo si scopre oggi, né con lo tsunami nel sud est asiatico del 2004, né con Katrina del 2005 (le tragedie recenti più teletrasmesse in Occidente) ma forse non è mai stato così brutale.
Non c’è soluzione politica, può esserci soluzione umana. Scegliere un’altra via per la solidarietà è urgente, ma occorre mettersi all’altezza con umiltà e decisione. Ripensare la solidarietà è questione vitale per la stragrande maggioranza dell’umanità, la più interessata e la più bisognosa, oltre che la più capace e competente in materia.
Si può partire dal riconoscimento essenziale di ciò che ci accomuna, anche nelle tragedie: a prevalere è l’umanità delle persone, la dignità e la fiera voglia di vivere, e di vivere meglio, in cerca di vivibilità e di bene comune. I motivi di similitudine, di immedesimazione, di compartecipazione prevalgono largamente sui fattori di estraneità. Può questa prevalenza benefica affermarsi più complessivamente? È dunque un’altra l’idea della solidarietà da scegliere, a cui educarsi e prepararsi, allenarsi stabilmente, e solo per cominciare: è un inizio indispensabile per migliorare la vita, perché nel tempo che viviamo di solidarietà c’è bisogno dentro e oltre l’emergenza più acuta, ma anche per rispondervi meglio, per non disperdere le richieste di aiuto, le precise volontà di chi ha bisogno, oltre che le intenzioni solidali di chi dona sostegno.
La spinta fiduciosa, non solo disperata, a chiedere aiuto ai nostri simili così come l’offerta generosa di sé possono incontrarsi ogni giorno, non solo nelle emergenze. Tutto ciò non si improvvisa, è vero: forse allora un’altra visione della solidarietà ha bisogno di poggiarsi su un’altra visione dell’umanità. La solidarietà può essere leva di emersione umana quotidiana, permanente, per contribuire all’affermazione duratura, non solo episodica, della comune umanità, alla sua difesa e preservazione, miglioramento e trasformazione positiva, avvalorando le migliori caratteristiche umane e contrastando le peggiori.
Intime e complessive ragioni ci sospingono nella ricerca di una solidarietà umana concepita in chiave universale, premessa indispensabile di comunanza umanista, rivoluzionaria e socialista. E sin da subito, motivo di impegno teorico e pratico e di proposta costruttiva organizzata e diretta.
Viviamo in comune con tanti amici ed amiche, compagni e compagne l’impegno per apprendere ad essere più e meglio solidali, per fare meglio solidarietà, amicizia, comunanza contro ogni tipo di discriminazione, a cominciare dal razzismo. È una solidarietà da teorizzare da parte dei suoi protagonisti, di diverse competenze e provenienze perché diventi una diversa cultura della solidarietà come trama permanente, includente e crescente delle relazioni personali e sociali, come valore fondante di una pratica attiva, benefica ed eticamente schierata, basata sulla conoscenza, sul rispetto, sulla reciprocità, sul dialogo, prezioso motivo di risveglio coscienziale, di cui c’è immenso bisogno nel quadro di crisi imperante, anche a sinistra.
È ciò che sta germogliando nell’avvio di costruzione di Comitati solidali e antirazzisti, la cui assemblea nazionale il 7 febbraio prossimo a Roma è un importante momento di incontro aperto a tutti coloro che sono in cerca di un’umanità differente, a cominciare dalla propria: sappiamo che è un impegno di lunga lena, ma è cominciato ed ha grandi sfide davanti a sé.
24 gennaio 2010
Francesca Fabeni

 

 
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