| Manifesto programmatico |
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| Saturday 29 December 2007 | |
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manifesto programmatico di Socialismo Rivoluzionario ORGANIZZAZIONE PER IL SOCIALISMO
L'impegno sociale ed ideale per la pace, per un mondo più giusto e solidale non appare più come un fardello o un privilegio per pochi illuminati, ma una necessità urgente per ogni donna ed uomo. Ogni persona, in qualsiasi parte della Terra, è toccata se non coinvolta nelle radici dell'esistenza da quanto avviene. Assieme alle minacce più orrende potrebbe farsi strada la speranza di una trasformazione, di un rinascimento dell'umanità. Ben più della metà della popolazione terrestre, il genere femminile, soffre un'oppressione diversificata ma insistente e non di rado insopportabile mentre avverte, spesso solo per un attimo, le straordinarie potenzialità immaginifiche e creative di cui dispone. La gioventù vive sospesa tra un'angoscia disperante, talvolta mortale, e un desiderio di libertà insopprimibile. Milioni di esseri umani sono costretti a sconvolgere criteri, luoghi e tempi della propria esistenza dovendo emigrare o fuggire dai luoghi di origine senza la certezza del ritorno, eppure alcuni di loro coraggiosamente comprendono che possono essere un'avanguardia di liberazione. Una gran parte degli abitanti del pianeta soffrono per il lavoro che non c'è, o è precario, o è ingrato e ingiusto oltre ogni limite: tra di loro alcuni percepiscono la necessità di riconquistare e stravolgere quella che dovrebbe essere un'attività libera, creativa e soddisfacente per definizione. Ciascuno può avvertire, in un frangente della quotidianità, l'esigenza di reagire, di provare a trasformare la propria esistenza assieme ai nostri simili. Eppure questa urgenza di impegno viene negata, spesso infranta sul nascere, impedita o allontanata. Istituzioni e costituzioni completamente astratte dalla vita della società sembrano occuparsi di tutto, dichiarano inutile qualsiasi scelta attiva o alternativa, la sconsigliano decisamente. Effettivamente c'è chi si occupa di noi: gli Stati organizzano secondo una fredda logica aziendale la vita delle persone, chiamate cittadini, considerate dei numeri quando va ancora bene perché oramai succede di essere esclusi anche aritmeticamente: si viene espulsi, si diventa clandestini. Gli esseri umani vengono soppesati dai meccanismi di potere unicamente in base alle proprie esigenze di conservazione ed arricchimento: come oggetti di mercato, come votanti, quando serve come soldati e persino come schiavi. Di quando in quando padroni e statisti concedono elemosine, rinunciando ad una parte irrisoria di quello che sottraggono indebitamente alla gente. Questo è, visto dal nostro punto di osservazione, il sistema politico, militare, industriale. Politico perché coltiva il potere ossessivamente attraverso la truffa e la menzogna. Industriale perché è mosso dall'interesse economico smodato: non solo accumulare fortune colossali ma moltiplicarle sempre più con il risultato di impoverire le grandi maggioranze. Militare perché il fulcro della sua esistenza è la forza distruttiva concentrata ed applicata. La logica di guerra del sistema non funziona solo sui lontani campi di battaglia ma nella vicina vita quotidiana. I potenti sono permanentemente concentrati a combattere i popoli e le genti. Tutto ciò indurrebbe ancor di più all'impegno per riappropriarsi dell'autenticità e della pienezza della vita sottraendola ai meccanismi distruttivi del capitalismo e degli Stati. Ma essi dispongono di mezzi di inganno e dissuasione raffinatissimi. Innanzitutto i mass-media: dominano l'informazione che è sempre più deformazione o mistificazione o cancellazione dei fatti. La potenza multimediale sembra invincibile e addirittura ci coinvolge, ci fa complici nei paesi ricchi attraverso l'abuso di internet. Ma possediamo strumenti formidabili per riabilitare la nostra realtà - la realtà reale -, ridimensionando come puro gioco o utile convenzione la realtà virtuale. Questi strumenti sono la conoscenza diretta, l'esperienza sociale, l'informazione leale, il contatto umano. Allo stesso modo possiamo e dobbiamo reagire nei confronti della prepotenza degli apparati accademici e scolastici, sviluppando la nostra propria educazione e formazione, critica, consapevole e autogestita. Il disimpegno è alimentato ideologicamente, l'impegno dev'essere alimentato idealmente e culturalmente. L'impegno che sembra inevitabile per non essere soffocati dal sistema e dai suoi meccanismi è in effetti una scelta ancora difficile, ma possibile e potenzialmente fantastica perché può significare cominciare a pensare e praticare in maniera diversa la vita e rimpossessarsene, collettivamente ed individualmente, in ogni sua espressione. Noi concepiamo l'impegno come lotta e comprensione, come capacità di apprendere dal passato senza diventarne prigionieri, come conoscenza delle civiltà, dei paesi, dei popoli e degli individui finalizzata a superarci assieme in una nuova comunanza. L'impegno significa ridare centralità alle passioni e ai sentimenti affinché alimentino la ragione, significa costruire rapporti, tra noi e con gli altri, diversi sin da subito: leali, rispettosi, soddisfacenti. Ciò è possibile se siamo impegnati, partendo dalle nostre possibilità ma per accrescerle, costantemente e coerentemente nel pensiero non meno che nell'azione. Cosa c'entra l'impegno di cui parliamo con la politica? Con un partito politico? Poco o nulla: infatti la nostra proposta non è essenzialmente politica, Socialismo rivoluzionario non vuole essere fondamentalmente un partito politico. Pur riconoscendo che una certa dose di politica diversa è indispensabile vogliamo costruire un'organizzazione dell'idealità e della socialità per la trasformazione complessiva, materiale e morale, dell'esistenza.
Gli anni Novanta hanno visto i primi passi di un processo qualitativo, per i molteplici significati che assume, quale il protagonismo attivo degli immigrati nei paesi europei. Soprattutto l'Italia, la Francia in minor misura, è stata teatro di lotte e iniziative di grande rilievo in cui spiccano il 3 febbraio 1996, prima mobilitazione di massa degli immigrati contro le posizioni razziste di un governo imperialista, e quindi il 3 novembre 2001, vera e propria giornata di solidarietà interetnica al fianco dei popoli del mondo contro le guerre e il terrorismo. Queste ed altre scadenze sono in un rapporto di causa/effetto con un processo di attività diretta e di autorganizzazione stabile e democratica da parte dei fratelli e delle sorelle immigrati che trova il suo principale veicolo nell'Associazione 3 febbraio. Il nostro appoggio attivo nei confronti di ciascuna di queste mobilitazioni non dev'essere generico né indifferenziato. La nostra gente che, coraggiosamente e rischiando in proprio, si mobilita non ha bisogno di essere esaltata acriticamente ma di essere sostenuta lealmente per poter far avanzare le proprie rivendicazioni ma anche per crescere spiritualmente e trovare una via all'unificazione proficua delle lotte e giungere alla edificazione di movimenti di massa, democratici ed indipendenti, la cui convergenza paritaria può rappresentare l'inizio della ricomposizione della società civile in alternativa al sistema di potere dominante. Perché non si intravede ancora questa possibilità che rappresenterebbe un colossale avanzamento per tutti? Perché le lotte non riescono ad ottenere risultati, o quando vengono ottenuti non sono duraturi? Perché si deve subire una costante frammentazione tra le scadenze e le organizzazioni sociali? Perché si stenta tanto ad avviare una riflessione moltitudinaria, seria e partecipata, che veda realmente ciascun protagonista esprimersi e contare? Interrogativi che meritano risposte attente ed articolate. Non si può invocare come scusante generica la presunta onnipotenza del sistema e dei suoi governi: essi in realtà non sono in grado di impedire lo sviluppo dei movimenti e delle rivoluzioni. Malgrado i mezzi illimitati di cui dispongono e la feroce repressione di cui sono capaci, possono essere sconfitti e soprattutto non sono immortali, come dimostra la storia anche recente. La questione è comprendere quali sono i suoi punti di forza e di debolezza, ma ancor prima bisogna cercare di individuare le nostre virtù e i nostri limiti. Non è possibile vincere sul loro terreno e con i loro metodi. Limitarsi alle richieste specifiche contro il padronato o il governo vuol dire necessariamente lasciargli margini di manovra e di recupero. Limitarsi alla critica delle singole misure, delle singole odiose figure, tipo Agnelli e Berlusconi, o anche della natura generale del sistema non permette comunque di trovare una via di uscita veramente alternativa. Subire gli apparati burocratici e le loro pratiche manovriere e clientelari significa lasciarsi accalappiare da una logica alla lunga perdente e mortificante. Utilizzare criteri e metodi della politica tradizionale vuol dire mettersi su un piano dove comunque loro, gli avversari, sono più forti, esperti e quindi necessariamente vincenti, ma vuol dire anche finire tragicamente per assomigliargli. Giacere nell'ignoranza o teorizzarla rappresenta una dichiarazione di resa che spesso culmina nella sottomissione alla loro cultura e ai loro valori. Ribadire la negatività ed il pessimismo è il modo peggiore per assumere lo spirito proprietario e statalista, significa subire l'intossicazione morale che cercano di diffondere in tutti i modi. Il paradosso è che ognuno di questi aspetti contraddice le passioni e le ragioni che ci animano nella lotta e nella protesta. Quando si formula una richiesta particolare si avverte immediatamente un'esigenza più generale. La singola lotta fa intravedere la necessità di un modo complessivamente diverso di organizzazione dell'esistenza e della società. Qualsiasi mobilitazione propone la possibilità, oltre che la necessità, di una nuova forma di democrazia, diretta, immediata, autentica, di una discussione comune sincera e di decisioni prese assieme non calate furbescamente dall'alto. Ognuno si rende conto, nella propria intimità non meno che nei momenti di più effervescente socialità, dei limiti insopportabili della politica: è viziosa, malata, corrotta, stancante, inutile o disutile. Anche o forse soprattutto le persone "che non hanno studiato" avvertono un bisogno profondo di conoscere, di sapere, di formarsi, di crescere a maggior ragione quando sono attive socialmente. Non c'è persona che non senta in sé la scintilla dell'ottimismo, della positività per affermare i propri bisogni più profondi. Questo è quanto apprendiamo e verifichiamo nelle piazze, nelle aziende, nei caseggiati, nelle scuole, nelle assemblee, nelle facoltà, nelle riunioni. La speranza del cambiamento esiste, è forte e si esprime in mille segni però poi sembra disperdersi. La passione della trasformazione c'è, per milioni di persone, ma si esprime in modo ingenuo: cerca immediatamente soluzioni complessive che fatalmente non arrivano per miracolo. Sono queste caratteristiche che spiegano le illusioni riformiste tante volte affioranti all'inizio di un movimento: è la nostra sensibilità, il nostro credere che tutto sommato le persone al potere possano capire e concedere se non proprio cambiare. Ma tutta l'esperienza e la logica del sistema in cui viviamo smentiscono quest'illusione, bella per le origini che ha, pericolosa per le conseguenze che comporta. Su questa buona fede della nostra gente si basa la demagogia degli apparati burocratici e neo-riformisti: la carpiscono e la utilizzano ai propri fini di difendere il sistema esistente, casomai con qualche lieve correzione. Non esiste una ricetta semplice per risolvere i problemi delle mobilitazioni e permettere la crescita dei movimenti di massa, tuttavia essi esistono e tendono a riproporsi costantemente: noi siamo convinti sia possibile trovare vie più efficaci, vincenti e soddisfacenti, lavorando con fiducia, pazienza e tenacia al loro interno. Pensiamo ci siano i requisiti fondamentali affinché si affermi un movimento nuovo, unitario ed articolato, democratico e pluralista, indipendente e rivoluzionario dei lavoratori, delle donne, degli immigrati, della gioventù. L'esperienza e la volontà, il coraggio e la passione, l'intelligenza e il carattere della nostra gente ci danno questa convinzione. Sono facoltà che dobbiamo apprendere, suscitare e migliorare, riconoscendo con onestà i nostri limiti e superandoli nel corso della lotta stessa. Naturalmente ogni strato e settore sociale, ogni generazione ed il genere femminile hanno bisogno della propria autonomia di pensiero e movimento, della propria piattaforma o programma, ma un movimento può affermare le proprie ragioni peculiari solamente se riesce ad esprimerne il significato più generale, rafforzando quindi gli altri. È questa sinergia cosciente delle diversità, questa unità ricercata consapevolmente tra le diverse anime della società civile in trasformazione, questo intreccio delle particolarità in una visione complessiva del bene comune che dobbiamo innalzare come alternativa alla mondializzazione del sistema che reca con sé morte e distruzione. Viceversa un movimento unitario della società saprà spiegare e fare pace, solidarietà, comunanza, interscambio e contaminazione positiva tra le civiltà, i popoli, gli individui.
Mobilitazioni e movimenti, collettivi e comitati sono fatti da persone, ciascuna delle quali ha cose da dire e da fare, ha le proprie aspirazioni e contraddizioni, sogni e fobie, virtù e vizi. Noi riteniamo fondamentale che ciò possa essere espresso e verificato, realizzato o viceversa superato in comune senza pregiudizi e schematismi. Perciò crediamo nell'autorganizzazione come principio decisivo del nostro impegno. Autorganizzazione significa autoattività ed autocoscienza nella/per la lotta innanzitutto, ma questi stessi criteri possono cominciare ad affermarsi anche negli altri aspetti dell'esistenza. Apprendere a pensare e decidere in prima persona ma assieme agli altri, ascoltandoli e sapendo esprimersi a propria volta; esercitarsi all'affermazione comune e di sé senza dimenticarsi della critica (e dell'autocritica) quando è necessaria ma non riducendo tutto ad una dimensione puramente negativa che ovviamente genera pessimismo; provare a sentire e ragionare in maniera differente da quella corrente per sé e con il prossimo cercando vie nuove di associazione e interscambio: questi non sono esercizi astratti, estranei o limitati. Se ci si prova con determinazione e costanza si può saggiarne immediatamente la validità, l'utilità, il piacere. Il senso della lotta può essere coniugato al più profondo sentimento di sé, la percezione della collettività può trasformarsi in comunanza consapevole. Autorganizzazione significa costante confronto sincero, leale, sia pratico che ideale tra i protagonisti per trovare assieme le soluzioni e le idee migliori, per decidere sapendo essere coerenti ma anche sapendo quando è il momento di cambiare: ciò intendiamo per democrazia diretta. La questione non è "concedere" a qualcuno di esprimersi - così ragionano i politici borghesi - ma sapere che l'opinione di chiunque ha in ogni caso una sua validità, un significato, un'origine che vale la pena di affrontare. Persino nei casi estremi, purtroppo sempre più frequenti, di persone che esasperano la polemica, senza ascoltare, usando toni insopportabili e scadendo nella calunnia o nella provocazione, persino in questi casi vale la pena di ascoltare e tentare la via del dialogo. Naturalmente si tratta di sapere se c'è un terreno comune ed eventualmente di che tipo o si può creare in base al confronto autentico non diplomatico. Il confronto può diventare anche aspro quando si constatano disaccordi profondi o rotture, che non si devono evitare con la conciliazione a tutti i costi, ma se esistono interessi e convinzioni comuni profondi è possibile comunque riprendere il dialogo in base alla verifica pratica e ritrovare o ricreare una reciprocità positiva. A nostro avviso autorganizzazione significa capacità di apprendere ed educarsi comunemente aggirando le trappole tese dal sistema e disimparando le cattive abitudini di cui tutti siamo portatori. Fondare una prospettiva culturale che sia autenticamente delle donne e degli uomini non solo è possibile ma è un obbiettivo estremamente urgente ed affascinante che comincia a diventare concreto nella misura in cui lo si ricerca con spirito positivo e creativo. L'autorganizzazione ha oramai una storia, lontana e recente, ricca, variegata, interessante ma anche drammatica. Ha toccato i suoi vertici nella Spagna del 1936, dove fu praticata con ardore e grandi risultati da milioni di lavoratori la cui fede ed educazione anarchica costituì un retroterra determinante. Ha avuto una fiammata straordinaria nella Polonia del 1980, quando la gran parte di un popolo con la classe lavoratrice alla testa la praticò ergendo con Solidarnosc la società clandestina contro il regime burocratico: in quelle circostanze la formazione maggioritariamente cattolica rappresentò un handicap drammatico per le prospettive. Entrambi questi esempi sono inseparabili dall'ascesa rivoluzionaria che crea le condizioni ideali per il fiorire o il salto di qualità dell'autorganizzazione. Noi ci richiamiamo a queste esperienze o altre simili, come quella del movimento dei soviet che si sviluppò in Russia dal 1905 toccando il culmine nel 1921 a Kronstadt, dove l'autorganizzazione locale - già eroica avanguardia nella lotta contro lo zarismo - si unì in nome dei soviet liberi e sovrani e fu affogata nel sangue dallo Stato bolscevico. Oppure come quella del movimento dei consigli che si cominciò ad affermare in Germania nel 1918, appoggiato attivamente e correttamente dalla Lega Spartakus di Rosa Luxemburg. Ma la tensione all'autorganizzazione ha conosciuto ulteriori sviluppi, anche in assenza di processi rivoluzionari. Negli ultimi trent'anni consistenti settori d'avanguardia in Italia hanno battuto strade diverse per l'autorganizzazione. Questa ricerca si è svolta quasi sempre al di fuori e spesso in aperta rottura con le istituzioni tradizionali, producendo aggregazioni e dinamiche interessanti. In generale ci richiamiamo a queste esperienze con l'intenzione di moltiplicarle, approfondirle e migliorarle. Due limiti hanno frenato finora l'autorganizzazione: lo scarso retroterra culturale e l'insufficienza programmatica da un lato, l'approssimazione e il pragmatismo dei metodi dall'altro, in ultima analisi una scarsa e poco pensata concezione di fondo dell'autorganizzazione stessa. Sono esattamente le questioni sulle quali ci proponiamo di dare il nostro contributo affinché l'autorganizzazione possa risorgere più robusta, preparata e sana di prima. Al suo interno e al suo servizio vogliamo raggruppare le avanguardie intorno ad una prospettiva organizzata socialista rivoluzionaria. L'autorganizzazione autentica deve contrapporsi a qualsivoglia logica verticista e burocratica. Logiche per le quali ceti politici e sindacali, legati allo Stato o alle istituzioni conservatrici, decidono comunque alle spalle della gente ingannandola. Storicamente e concretamente, al di là della buona fede e del valore di tanti suoi aderenti, il nemico giurato dell'autorganizzazione - tra i lavoratori ma non solo - in Italia è la CGIL, capace di blandire, irretire, recuperare, riassorbire ma anche schiacciare apertamente le esperienze di autorganizzazione. Questo mastodontico apparato burocratico, assieme ai suoi litigiosi gemelli della CISL e della UIL, cerca sistematicamente di ottenere il consenso dei lavoratori, tramite qualche concessione, per tenerli sotto controllo e mantenere la tranquillità sociale di cui il sistema di sfruttamento ha bisogno. Nella fase che si è aperta, anche approfittando dell'opposizione morbida verso il governo di centro-destra, la burocrazia della CGIL cerca di presentarsi come garante della democrazia: ovviamente si tratta della democrazia imperialista non certo di quella dei lavoratori e conseguentemente deve combattere con ogni mezzo l'autorganizzazione e il sindacalismo di base. Non di rado i burocrati agiscono subdolamente, mostrando il loro volto più sinistro ed ambiguo, in questo trovano l'attiva e diretta collaborazione dei rappresentanti neo-riformisti dei social forum, la cui abitudine è quella di impedire il dibattito e prendere le decisioni dall'alto, e di una parte di Rifondazione comunista che non esita a dichiarare apertamente di essere contraria all'autorganizzazione. Purtroppo a questa congiura burocratica hanno portato il loro appoggio, qualche volta non solo indiretto, alcune organizzazioni del sindacalismo di base completamente assorbite come sono dall'ossessione della rappresentanza istituzionale. In alcuni casi, come quello delle RdB sono giunti a un comportamento del tutto simile, ovviamente in forma caricaturale per le proporzioni, a quello degli apparati che dicono di voler combattere. Proseguire e radicalizzare la lotta contro ogni inghippo e tentativo burocratico è una necessità vitale per la ripresa dell'autorganizzazione. Nell'autorganizzazione può cominciare il superamento della politica, si possono scardinare i meccanismi parlamentari in ragione della democrazia e dell'azione diretta voluta, scelta e partecipata da tutti, viceversa è successo spesso che i meccanismi della politica siano stati artificialmente sovrapposti all'autorganizzazione condizionandola o svilendola. L'impegno attivo e costante, culturale, programmatico e pratico per il sorgere ed il risorgere dell'autorganizzazione autentica è il nostro primo principio. Ci battiamo per suscitare e sostenere, difendere ed alimentare l'autorganizzazione in ogni settore e strato della società, ma anche perché essa si sviluppi attorno a singoli temi determinanti della nostra epoca, come la pace. Siamo favorevoli alla stabilità degli organismi, che non vuol dire chiusura su se stessi ma anzi costante proiezione verso nuove persone. Ci impegniamo per il coordinamento di tutte le realtà autorganizzate sulla base della parità e del rispetto reciproco. In ogni caso vale per noi la massima che ci ha insegnato il popolo sudafricano nella sua lotta per la libertà: "una persona, un voto". La democrazia diretta vuol dire possibilità positiva e costante di pronunciamento decisionale per tutti coloro che partecipano ai processi autorganizzati. Al loro interno è giusto e necessario che vi siano cariche di responsabilità, che devono essere concepite sotto il costante controllo di tutti e da tutti accessibili, per elezione diretta, in qualsiasi momento. Democrazia diretta vuol dire anche che ogni corrente politica o ideale possa agire apertamente e lealmente all'interno dell'autorganizzazione. Socialismo rivoluzionario intende costruirsi come organizzazione che agisce in primo luogo nell'autorganizzazione e per l'autorganizzazione, le nostre compagne e compagni agiranno dovunque in questo senso secondo una logica rivoluzionaria che ci sembra la più adeguata, utile, rispettosa ed armonica per l'autorganizzazione ed i suoi destini.
Perciò riteniamo che questo sistema, i suoi Stati, i suoi padroni, i suoi generali, i suoi governanti vadano cacciati via definitivamente attraverso l'azione diretta, pensata, cosciente e costante da parte della società intera autorganizzata. La necessità della rivoluzione non è solo negativa, tutt'altro, essa è essenzialmente positiva, riguarda quello che la nostra gente sa e vuole fare se impara, riguarda le immense risorse - innanzitutto intime - di cui l'umanità dispone per creare e costruire senza ancora saperlo, senza ancora averle sperimentate. La rivoluzione a cui aspiriamo, in cui crediamo, che vogliamo preparare e cominciare si propone innanzitutto obbiettivi affermativi, certo inseparabili dalla sconfitta del sistema che ci sta conducendo alla barbarie e minaccia l'esistenza stessa della specie umana. Questa prospettiva rivoluzionaria non ha nulla a che fare con le caricature insurrezionaliste e tremendiste che tanto piacciono alla grande stampa padronale. La rivoluzione non sarà un fatto principalmente violento: al contrario la violenza si concentra nelle mani dei potenti che la temono e la negano. Da sempre è stato così: le ribellioni e rivoluzioni popolari hanno anche avuto, comprensibilmente, degli eccessi ma non hanno mai abusato sistematicamente della violenza, come invece ha fatto la controrivoluzione, la rivoluzione borghese e la rivoluzione che si è fatta Stato a sua volta. Noi crediamo che la superpotenza reazionaria ed iper violenta del sistema vada lentamente corrosa, isolata, circondata e sconfitta in ragione delle scelte che saprà compiere la maggioranza dell'umanità. L'autentica rivoluzione è interessata a distruggere gli istituti oppressivi e letali, per sradicarli definitivamente, non le persone che comunque rispetterà per cercare di recuperarle ad una nuova dimensione di giusta convivenza. Perciò fronteggiamo qualsiasi tipo di dannoso violentismo che pervicacemente alligna nell'estrema sinistra. L'esaltazione della forza bruta non è affatto sinonimo di purezza rivoluzionaria, viceversa nasconde quasi sempre nuovi intenti repressivi e di potere. Perciò è determinante lottare implacabilmente contro l'insurrezionalismo da operetta e "i liberali con le bombe in mano" che portano acqua al mulino del sistema e forniscono reclute al terrorismo reazionario che del sistema è figlio legittimo. Su un piano diverso siamo fermamente avversi, con Rosa Luxemburg, alle tentazioni neo-bolsceviche che affidano al "terrore rosso" e al potere statale le fortune della rivoluzione. La storia ha dimostrato, sanguinosamente ed inequivocabilmente, che tale dottrina non solo è fallimentare ma si rivela controrivoluzionaria ed antisocialista. È non solo prevedibile ma probabile che di fronte alle prossime ascese rivoluzionarie i signori dell'economia, della politica e della guerra si imbestialiranno ulteriormente, proveranno a difendere i privilegi della loro rapina sistematica con ogni mezzo: perciò la società civile autorganizzata deve operare sin da ora per isolarli e disarmarli. La rivoluzione che auspichiamo rifiuta gli imbrogli sudici santificati in leggi dalle classi dominanti, rigetta al mittente i meccanismi tradizionali del potere: sarà una rivoluzione sociale ed umanistica che cerca di fondare una nuova comunanza e le sue leggi. Le rivoluzioni come fatto obbiettivo sono frequenti, attuali, sempre presenti e tuttavia il loro significato e percorso è poco chiaro. Le avanguardie hanno teorizzato per lungo tempo la rivoluzione rifacendosi schematicamente ad eventi del passato, specialmente all'ottobre russo del 1917. Anche questo spiega perché hanno perso fiducia nella rivoluzione: così concepita non c'è e se c'è è anche peggio. Per noi le lezioni della storia sono fondamentali ma non vincolanti, non devono essere una condanna. Reputiamo indispensabile fare tesoro delle decine di esperienze rivoluzionarie che ci hanno preceduto per sintetizzarle e superarle. La rivoluzione cui aneliamo può essere un'idea ed un fatto tramite cui la grande maggioranza della specie umana, e concretamente la popolazione che vive in questo paese, si viene realizzando, emancipandosi e migliorandosi individualmente e collettivamente. Proprio perciò la rivoluzione non è un accadimento improvviso, una repentina rivelazione della Storia orchestrata dall'alto da pochi eletti, ma è un processo e un progetto che si viene facendo giorno per giorno, qualcosa di grandioso da scoprire dentro di sé e con gli altri, da immaginare e cominciare a realizzare. È possibile essere rivoluzionari, in modo inedito e soddisfacente, se si comprende l'interesse ad esserlo. Ma essere rivoluzionari significa cambiarsi in positivo, cercare, amare e teorizzare, la trasformazione affermativa per sé e per/con gli altri. Non la trasgressione fine a se stessa, non il cambiamento per il cambiamento, ma la trasformazione cosciente finalizzata alla serenità e alla comunanza, alla pace e al bene comune, all'amore e alla felicità. Troveremo la rivoluzione se saremo capaci di essere rivoluzionari conseguenti, provando la capacità, la motivazione, il piacere di rivoluzionarci in prima persona su tutti i piani dell'esistenza sociale ed individuale. L'intima connessione tra il formarsi e il formare, l'essere rivoluzionari e costruire la rivoluzione nasce da questo. La formazione pratica e teorica che proponiamo vuole essere in questo modo: una sperimentazione e al tempo stesso un'ideazione di rapporti sociali, interpersonali, etici, ideali radicalmente diversi, profondamente umani. Proponiamo un'invenzione e non la paventiamo perché le donne e gli uomini sono capaci di inventare e ne hanno sempre più bisogno. Bisogno di inventarci un futuro completamente diverso, interamente nostro. Più che mai è possibile quando le vecchie istituzioni sputano fuoco e fiamme ma sono decrepite, le antiche convinzioni trionfano solo formalmente ma sono sostanzialmente vacue, le civiltà secolari si gonfiano ma sopravvivono esauste a se stesse, il sistema onnipotente è storicamente prossimo al tramonto: è ora il tempo delle invenzioni, dell'architettura e della costruzione del nuovo mondo cominciando da un'umanità che si slancia in avanti. Questa impresa, titanica ma interamente a portata di mano, ambiziosa per quello che pretende da tutti ma umile perché impara da ognuno, vive e vivrà tempi complessi e difficili, accelerazioni brusche, entusiasmi repentini e drammatiche cadute: ha soprattutto bisogno di continuità e serietà, di impegno appassionato. Impegno pratico in primo luogo ma inseparabilmente ideale e culturale. La rivoluzione socialista ed umanista per la quale ci battiamo vede, in tutto il suo percorso, nell'aspetto spirituale un motivo cruciale. Acquisire un'idealità piena, nutrita dalla convinzione sulle potenzialità delle donne e degli uomini, è ciò che può farci prevalere sul sistema disumano. Riappropriarci del meglio delle culture per contaminarle, ricomporle rispettandole, dandogli forme più appropriate, raffinate e popolari ad un tempo, interessanti e divertenti assieme, scoprire l'artista che è dentro ognuno di noi: può essere l'inizio di una società nuova. La rivoluzione concepita come dimensione complessivamente vissuta ha bisogno di definire chiaramente le sue finalità, i rivoluzionari d'avanguardia hanno bisogno di solide organizzazioni.
Una gran parte delle organizzazioni di sinistra esistenti, anche rivoluzionarie, vogliono cambiare il mondo senza fomentare un cambiamento cosciente dell'umanità e quindi senza cambiare se stesse: siamo in radicale disaccordo e vogliamo parlarne per tutto ciò che suppone e ne consegue. Volenti o nolenti queste ipotesi postulano al meglio un cambiamento coatto, eterodiretto, calato dall'alto, imposto alle genti. Infatti quasi sempre queste forze, coerentemente con la loro impostazione, si muovono nella pratica quotidiana privilegiando gli obbiettivi minimi e affidando le decisioni ai luoghi della politica. Come se chi lotta non fosse in grado di concepire disegni più generali e di decidere in prima persona, direttamente, sui progetti da realizzare e come. Contenuti e modi di queste sinistre rischiano di avvalorare il famoso detto "cambiare tutto per non cambiare niente", finendo per utilizzare gli stessi canali e strumenti dei nostri avversari. Siamo intenzionati e disponibili a discutere delle reciproche ragioni, dei programmi e dei metodi, ma è difficile. Sappiamo di aver avuto dei limiti da questo punto di vista, vogliamo partire da questi e stiamo cercando di farlo: più di una volta ci siamo autocriticati per i nostri errori e limiti e vogliamo trarne tutte le conseguenze. Ma quale altra organizzazione può dire altrettanto di sé? Sembrerebbe che siano tutte immuni da problemi, da difficoltà, da cantonate. Questa somma presunzione pone una questione di onestà intellettuale verso la nostra gente. Pensiamo a tante svolte repentine, anche su faccende non secondarie, che non sono state minimamente spiegate né argomentate. Pensiamo a tante sciocchezze, ma anche a tante brutture operate da apparati grandi e piccoli, alle prepotenze e angherie esercitate da dirigenti o semplici compagni verso altri compagni: quasi sempre passate sotto silenzio e rimaste impunite. I problemi analoghi che abbiamo avuto anche noi in questo senso sono stati affrontati con dolore, con difficoltà, con severità. Abbiamo imparato così a prenderci cura di ogni compagno e compagna, compreso di chi sbaglia, che è giusto paghi le proprie colpe ma non certo per essere "liquidato" ma per recuperarsi, se lo vuole, a una dimensione più nobile e autentica della causa. La prepotenza e l'ipocrisia tipica delle organizzazioni e degli apparati politici si riflettono spesso in un atteggiamento di ostilità e aggressività burocratica verso altre organizzazioni e verso di noi in particolare. Va da sé che non siamo disposti a subire questi attacchi, che hanno sempre avuto ed avranno la risposta che meritano. Ma più in profondità vogliamo accendere la riflessione intorno al fatto che chi si proclama paladino della democrazia e dell'unità della sinistra, come parte della direzione di Rifondazione comunista, alcuni dirigenti dei social forum, la redazione centrale de "il manifesto" è capofila di squallidi giochi di corridoio, alimenta la disinformazione e talvolta la calunnia per escludere ed isolare chi la pensa diversamente da loro. Tali sistemi, distillati della politica parlamentare, avvelenano il clima a sinistra - purtroppo, ad esempio, sono condivisi da alcuni centri sociali - e diseducano i movimenti e l'autorganizzazione oltre che ovviamente le persone che se ne fanno portatori. Per quale ragione si subiscono questi meccanismi piuttosto che ricercare il confronto aperto intorno alle idee e alle posizioni? C'è senz'altro un'abitudine cristallizzata, ereditata dallo stalinismo che di questi mezzi faceva la propria ragione d'esistenza per liquidare le rivoluzioni e i rivoluzionari, ma anche alimentata dalla visione statalista e tutta politica che, direttamente o indirettamente, permane egemone a sinistra. Più in profondità c'è una ragione di debolezza di pensiero che non ci si mette in grado di affrontare. Di fronte alle contraddizioni, alle difficoltà, ma anche in prossimità di un obbiettivo tutti tendiamo a reagire in maniera meccanica. A tale reazione meccanica la politica fornisce una base concettuale ed un prontuario pratico: lo sappiamo bene perché non ne siamo stati immuni ed è un impegno permanente per noi cercare di sbarazzarsene. Il machiavellismo, le posture belliciste nei confronti di altre forze di sinistra o addirittura verso i propri compagni e soprattutto verso le proprie compagne, non è appannaggio dei soli apparati, purtroppo è tuttora un costume diffuso, popolare tra tante avanguardie. Bisogna sbarazzarsene come una zavorra che ostacola qualsiasi tentativo di cambiamento serio: perciò ci impegneremo costantemente nell'autorganizzazione, nei movimenti, nelle mobilitazioni, nei rapporti con altre forze. C'è infine un'altra ragione, parzialmente inconscia ma non perciò meno importante: gli eredi della sinistra tradizionale, anche estrema, temono la diversità e la novità quando sono autentiche e fuori dal loro controllo, ci si può facilmente immaginare come reagiscono all'esistenza di un'organizzazione come la nostra che nasce da una revisione totalmente positiva del marxismo. Rifiutare i metodi borghesi di dare battaglia non significa affatto sottrarsi alla lotta, significa intenderla in un altro modo, cercando sempre di privilegiare la discussione, rispettando le altre posizioni e reclamando il rispetto delle proprie, riconoscendo apertamente accordi e disaccordi. Il dialogo costruttivo, sempre, a tutti i livelli che sono anche molto differenti, è il metodo fondamentale dell'impegno socialista rivoluzionario: dialogo finalizzato a far valere le nostre ragioni ascoltando quelle degli altri e possibilmente recependole. In questa ricerca di dialogo esistono alcuni spunti promettenti tra i quali ci preme sottolineare in particolare il rapporto avviato con il movimento anarchico. Siamo consapevoli di avere un debito verso l'anarchismo, da loro abbiamo appreso delle cose importanti e, pur tenendo presenti i limiti strategici e teorici che hanno espresso, con loro abbiamo delle coincidenze significative che vogliamo avvalorare. Dire e puntare apertamente a questo non significa rinunciare al nostro patrimonio, sminuire il nostro profilo marxista rivoluzionario nuovo, casomai significa arricchirlo. La tremenda crisi del sistema e l'accrescersi parallelo della sua potenza distruttiva esaltano la necessità/possibilità di costruire un'organizzazione socialista complessiva. Ma conviene insistere: quest'imperativo radica interamente e principalmente nelle potenzialità ancora nascoste della nostra gente. In particolare nella capacità di apprendere e comunicare, di raffigurare ed immaginare, nella capacità di socializzare i tempi e i luoghi, le facoltà e le cose. Cominciare a praticare questa facoltà è comprenderla, farla fluire, imparare ad usarla, interscambiarla con gli altri, saper apprezzare immediatamente le trasformazioni positive che essa permette ma anche interpretarne tutte le caratteristiche. Cominciare ad esercitare la socializzazione, addestrarsi ad essa, delinearne una cultura la più possibile estesa può permettere di saggiarne la sorprendente varietà e versatilità. Da questo punto di vista si può esercitare una critica vincente contro il sistema, ma anche pazientemente comprendere i limiti che l'umanità nel suo assieme, e le classi subalterne in particolare, hanno espresso finora. Una teoria e una pratica imperniate fondamentalmente o unicamente sulla critica dell'esistente, come è quella di gran parte delle organizzazioni della vecchia sinistra, non sortisce grandi risultati. È un deficit originario del marxismo, e non solo, quello di far prevalere ad ogni costo la critica negativa, di credere che l'affermazione debba passare forzatamente per la negazione. La storia delle lotte, ma anche quella del pensiero, testimonia che attraverso la negazione raramente si arriva all'affermazione ed anzi spesso la ritarda o la condiziona. Le rivoluzioni e i più alti intenti di autorganizzazione provano invece, perlomeno inizialmente, che quando primeggia una logica affermativa, pur non rinunciando alla necessaria critica dell'esistente, è possibile aspirare a risultati straordinari e duraturi. Questa è la nostra via: sosteniamo la necessità imprescindibile di affermare un mondo migliore, promuovendo il miglioramento della nostra gente tramite le mobilitazioni, i movimenti, l'autorganizzazione, iniziando dall'impegno delle avanguardie in un'ottica complessivamente socialista ed umanista che possa coinvolgere ogni momento della vita. Naturalmente i gradi di assunzione di questa prospettiva possono e devono essere diversificati a seconda delle persone, della loro esperienza e capacità, soprattutto della loro volontà: ma è questa l'ispirazione fondamentale dell'organizzazione socialista rivoluzionaria. Qualsiasi tipo di attività richiede un'organizzazione, qualsiasi organizzazione richiede una direzione. Chi dice il contrario si sbaglia e non ha modo di dimostrarlo. Il paradosso è che talvolta le tesi anti-organizzazione o anti-direzione vengono sostenute con argomenti volatili o stravaganti, che prescindono assolutamente da quello di cui realmente si tratta ma soprattutto rimuovono completamente il vissuto concreto: il fatto cioè che siamo tutti sottomessi, al di là della coscienza che ne abbiamo, alle organizzazioni e alle direzioni del sistema. Qui sta la differenza capitale: noi vi proponiamo di sottrarvi alle organizzazioni coatte del potere e di scegliere e di essere protagonisti di un'organizzazione completamente diversa per criteri, principi, programma, fini e metodi. All'interno di un'organizzazione come in qualsiasi ambito dell'esistenza non siamo tutti uguali: questa verità incontrovertibile viene sublimata dal sistema secondo una logica meritocratica, paternalistica, sciovinista, ereditaria, prevaricatrice. Noi rovesciamo questa logica: la disuguaglianza non è qualcosa da subire negativamente ma da sfruttare positivamente. Chi ha maggiori predisposizioni, capacità, esperienza, abnegazione ha più doveri non più diritti, si dedica - rispettando regole precise - alla cura e alla crescita degli altri. Tutti coloro che sono la nostra organizzazione devono avere la possibilità non solo di essere se stessi, ma di migliorarsi, di crescere, di affermarsi, di autosuperarsi da ogni punto di vista. L'unico privilegio dell'avere una responsabilità dirigente, decisa e verificata costantemente dai propri compagni, è quello di contribuire a far sì che gli altri possano diventare dirigenti a loro volta, è quello di dedicarsi consapevolmente in maniera crescente e felice alla causa della liberazione dell'umanità. L'idealità e l'impegno pratico che caratterizza ogni compagno di Socialismo rivoluzionario viene alimentata permanentemente e reciprocamente. Sulla base dell'esperienza e della scelta individuale e collettiva si può approfondire la propria capacità pratica e teorica, attraverso la costruzione e la formazione. Aspiriamo ad un'organizzazione dove ciascuno tenda ad essere dirigente, così come sogniamo una società dove l'uguaglianza sia la possibilità per ciascuno di esprimere le proprie capacità grazie alla comunanza, per la comunanza, nella comunanza. |